giovedì 19 novembre 2009

20. Nord e sud



Quella notte dormii malissimo. Continuavo a rigirarmi nel letto senza trovare la posizione giusta.
Affrontare un colloquio mi rendeva sempre tesa e insicura.
In poche parole: mi stavo scacazzando dalla paura.
Alle 6:00 finalmente suonò la sveglia e mi alzai più stanca di quando mi ero coricata.
Bevvi una tazzona di caffè, feci una doccia fredda e indossai il tailleur. Mi truccai un bel pò e alle 7:15 scesi in strada. Il taxi arrivò in quattro minuti.
Quando dissi che dovevo raggiungere la sede di Mechanix che stava sulla Tiburtina, fuori dal raccordo, gli occhi del tassista si illuminarono:
“È una tratta molto lunga e c’è molto traffico a quest’ora.”
“Le devo chiedere una ricevuta per avere il rimborso dalla mia azienda”.
“Buon per lei.”
Furono trentacinque euro. Trentacinque stramaledette euro. Feci una fatica incredibile ad aprire il portafoglio.
Seguii le istruzioni di Minuto: in reception dissi che avevo un colloquio con Christian Bonni e ricevetti un badge provvisorio.
Subito dopo telefonai a Lino Patanè, che mi raggiunse all’ingresso e mi guidò verso l’ufficio di Bonni.
Trovai un omino minuto, magrissimo e calvo che mi chiese solo che tipo di esperienza avessi in ambito di programmazione C++.
Parlammo in tutto 3 minuti.
Poi mi congedò:
“OK, per me vai bene. Dirò ai miei capi di concludere la par
te commerciale.”
Patanè era rimasto tutto il tempo a guardare e a sorridere. Alla fine, mi chiese se volevo un passaggio in taxi per tornare in centro.
Siiiiiiiiiiii, lo volevo eccome. In borsa non avevo altre 35 euro da lasciare al tassista.
E così mi ritrovai seduta accanto a lui, sul sedile posteriore di una Fiat Punto che si dirigeva verso la stazione Termini.
Patanè avrebbe preso la Freccia Rossa per rientrare a Milano, io l’aut
obus 64 per il Vaticano e avrei speso solo un euro di biglietto.
Il viaggio era lungo e ne approfittai per studiare quel misterioso personaggio che apparteneva alle alte sfere di TalenTeam.
Era siciliano, ma parlava come una checca milanese.
Disgustoso che avesse perso totalmente l’accento. Non capivo se l’avesse dimenticato di proposito, per mimetizzarsi meglio tra la società altolocata milanese, o se fosse stato un processo involontario.
La mia nonna paterna era nata a Roma e all’età di vent’anni si era trasferita a Reggio Calabria. Sono trascorsi cinquant’anni e conserva ancora l’accento romano.
Allo stesso modo, la mia nonna materna era nata ad Acireale e all’età di trent’anni si era trasferita a Reggio Calabria. Adesso ha ottantadue anni e conserva ancora l’accento siciliano.
Patanè era nato a Siracusa, aveva sposato una donna di Catania e, dopo la laurea, aveva cominciato a lavorare a Milano. Tornava a casa dei suoi genitori tutte le estati.
Mi spiegò che aveva difficoltà a crescere i figli senza l’aiuto dei nonni, ma non sembrò avere grossa nostalgia di casa. Disse solo: “Io a pranzo mangio un panino davanti al computer; un mio amico che fa l’avvocato a Catania va a mangiare pesce in un ristorantino sulla spiaggia.”
Cominciai a pensare a casa, ai ritmi più lenti della gente del Sud e alla cornice del mare.
Se solo in Sicilia o nella mia città calabrese ci fosse stato lavoro!
Pensai ad un commissario Montalbano che si gode un pranzo luculliano a base di pesce fresco e dopo, per digerire e pensare, cammina lungo il molo osservando i pescatori.
Io mi vedevo in una villetta ai piedi dell'Etna, con vista sulla baia di Acitrezza.
E invece avevo rimediato un posto da operaio salendo più a nord.
Non lavoravo dietro una catena di montaggio e non facevo il turno di notte, ma che differenza faceva? Avevo un contratto IV livello metalmeccanico, stavo almeno nove ore al giorno di fronte ad una macchina e svolgevo un’attività quasi del tutto meccanica. In genere lavoravo anche il sabato e non mi erano richiesti straordinari di domenica solo perché vietato a lettere cubitali dal contratto.

mercoledì 18 novembre 2009

19. Un nuovo progetto

Il bug fixing di TeTi era un lavoro alienante.
Ti ammazzavi di noia e avresti voluto andartene, poi la noia aumentava e ti dimenticavi di andartene. I minuti si dilatavano e tu restavi intrappolato davanti allo schermo del computer, senza speranza, e troppo inebetito per tagliare la corda.

Mi consolavo pensando che potevo cambiare lavoro e trovare qualcosa di più stimolante.

"Ecco, mi dicevo, sono sulla piazza di Roma. Sto a pochi chilometri da centinaia di aziende.
Ho centinaia di possibilità."
Ero una povera illusa. Ma in quel momento non lo sapevo.
TalenTeam mi aveva assunto a Cosenza e mi trovavo a Roma soltanto in trasferta.
Se il lavoro di dimostrava insulso, faticoso e deludente a Roma, figuriamoci a Cosenza! Quindi avevo chiesto al project manager se c'erano possibilità di un trasferimento definitivo a Roma.
"Intanto vado avanti con TalenTeam", pensavo, "E appena ne ho l'occasione mi trasferisco in un contesto più gratificante".
Trascorrevo le serate alla ricerca di aziende romane e inviavo il curriculum appena ne trovavo una che si occupava di telecomunicazioni.
Volevo rifuggire le aziende di consulenza ma, al solito, erano le uniche che dichiaravano di offrire lavoro ai giovani neolaureati.
Passai febbraio e marzo a fare ricerche e ottenni risposta soltanto da aziende di consulenza analoghe a quella per cui già lavoravo.
Ero profondamente depressa.
Fu all'inizio di aprile che arrivò la svolta.
Mi trovavo nella solita condizione di annichilimento mentale quando vidi il tutor Enzo Vanni avvicinarsi silenziosamente alla mia postazione.
"Ecco, è qui per la solita ronda del cazzo." Pensai. "Se si azzarda a farmi pressione anche sta volta, lo mando a quel paese."
“Giulia, dovresti seguirmi un attimo. Ho qualcosa da dirti.”
Mi portò al piano di sotto, in una piccola sala riunioni, e mi indicò un telefono. “Adesso chiamiamo Giuseppe Minuto. Ci sono delle belle novità per te.”
Compose il numero dell’ufficio di Milano e avviò una conferenza in viva voce con il manager che avevo conosciuto durante il colloquio.
“Buongiovno Giulia. Vengo subito al dunque pevché abbiamo pochissimo tempo. Si tratta di un affave che dobbiamo concludeve in tempi vistrettissimi.
Allova.
Stiamo per avviave un nuovo progetto con Mechanix: si tratta di bug fixing su un software che coovdina il traffico aereo sulle tovvi di controllo degli aeropovti.
Ci serve una figuva di Consultant Junior e, considerato il tuo curriculum e il modo in cui hai lavorato in questi mesi, abbiamo subito pensato a te.
Così potrai anche restave a Voma che, a quanto mi hanno detto, è un tuo desidevio.
Si tratta di un lavovo simile a quello che già fai per TeTi, ma sta volta saresti nella sede del cliente assieme a due nostri Consultant Senior.
Pev domani abbiamo fissato un colloquio: il cliente vorrebbe conoscerti prima di formalizzave la tua commessa. Che ne pensi?”

Mi aveva buttato addosso tutte quelle informazioni e facevo fatica ad orientarmi.
In sostanza mi offriva di cambiare progetto ma si trattava sempre della solita attività, quel odioso bug fixing.
Feci una rapidissima analisi delle conseguenze della mia risposta.
Quelli avevano già organizzato tutto e quindi si aspettavano che accettassi il nuovo incarico. Sicuramente non potevo rifiutare: avrebbero pensato che non fossi flessibile, aperta al cambiamento etc etc… Tutte quelle cazzate sulle qualità essenziali che deve avere il perfetto consulente.
Avevo le scatole piene di TeTi con la sua terribile catena di produzione e gli straordinari di sabato. Cambiando progetto, avrei preso una boccata di aria fresca.
E poi Mechanix mi incuriosiva.
C’era il famoso mito secondo cui i consulenti più bravi possono farsi amare dai propri clienti e quindi farsi assumere.
Accettai. E tanto valeva dimostrarmi entusiasta, fargli capire che apprezzavo moltissimo il fatto che avessero scelto me.
Feci un sorriso a trentadue denti, mi scossi tutta e miagolai:
“WoW! Questa notizia è fantastica! Davvero! L’idea di andare a lavorare direttamente dal cliente è meravigliosa. Non vedo l’ora di cominciare. È una cosa del tutto inaspettata, io…”.

Cercai altre frasi spudoratamente celebrative, ma non riuscii a tirar fuori niente.
In fondo non avevo la più pallida idea del progetto in cui sarei stata inserita.
Chiesi dei dettagli ma non ebbi nessuna informazione utile.
Minuto si occupava solo della parte pubblicitaria-commerciale, del lavoro vero e proprio non ne sapeva un cazzo.

Andammo avanti con una serie di convenevoli, poi Minuto riprese in mano la conversazione per gli ultimi dettagli: “Domani, alle 9:30, devi vecarti alla veception di Mechanix e chiedeve di Christian Bonni. Troverai sul posto Lino Patanè, che ti accompagnerà da lui.
Mi raccomando la puntualità.
Prendi un taxi per andare sul sicuro e addebitane il costo sulla nota spese di questo mese.
Un’ultima cosa: per adesso non parlare del nuovo progetto con i tuoi colleghi. Non vorremmo creave malumovi.”

Uscii da quella stanza eccitata ed impaurita.
Mechanix stava a casa di dio, fuori dal Raccordo, e mi sarei trovata a lavorare con due perfetti sconosciuti.

Tornai alla mia scrivania e, sottovoce, raccontai a Luca la telefonata di Giuseppe.
Lui ascoltò tutto in silenzio e poi sussurrò:
“Ma che ti hanno detto a proposito del contratto? Ti offrono di più?”

“Non hanno parlato di contratto. Secondo te dovrebbero cambiarlo?”
“Dovrebbero offrirti qualcosa in più di 1000 euro. E’ molto semplice: con 1000 euro al mese a Cosenza puoi vivere bene. A Roma no.”
Luca aveva perfettamente ragione.
Senza la diaria, come cazzo avrei fatto a pagarmi vitto e alloggio?
Tenni queste considerazioni per me.
In quei giorni avevo ancora un'idea idilliaca del lavoro, lo interpretavo come uno strumento di crescita e realizzazione personale, un trampolino per il quale aveva senso fare dei grossi sacrifici.
“Mi sembrava prematuro parlare del contratto per telefono." Gli dissi stizzita. "Appena sarà tutto più concreto, solleverò l’argomento.”
Per il resto della giornata feci poco o niente, tutti i pensieri andavano al colloquio dell’indomani.

martedì 17 novembre 2009

18. Nuova vita

Decisi di trasferirmi subito nell'abbaino.
Niente più notti insonni nel bilocale affollato.
Avevo un buco, un buco tutto mio, senza estranei rompicazzo.
La mia prima notte fu un sogno. Dormii come un sasso e al mattino feci colazione ascoltando la musica di MTV.
Accesi il computer ed ebbi una graditissima sorpresa: l'abbaino era coperto da varie reti wireless. Alcune erano criptate WPA e quindi inattaccabili. Ma ce n'era una WEP, e il WEP è un protocollo che si buca.
Io non ero in grado di farlo, ma PM si. Presto avrei avuto anche Internet gratis.
Ero felice. Ero proprio felice.

Il progetto TeTi andava avanti coi soliti ritmi disumani, ma il rientro a casa era un momento felice. Potevo cucinarmi qualcosa senza fare la fila, potevo telefonare a voce alta e, soprattutto, potevo stare mezza nuda senza scandalizzare nessuno.
PM aveva iniziato uno stage a Firenze e veniva a trovarmi tutti i weekend.
Come mi aspettavo, impiegò due minuti a bucare la rete wireless del vicino.
Mi regalò una connessione di ottima qualità, riuscivo perfino ad usare il Skype.
Il sabato, dopo le mie consuete ore di straordinario, iniziavamo le nostre passeggiate interminabili per il centro di Roma.
Camminavamo per ore e ore, senza mai stancarci, e sempre con la bocca aperta per la meraviglia: ogni vicolo del centro storico nascondeva un tesoro antico o aveva una storia importante che affondava nei secoli dei secoli.
Durante il sabato e la domenica Roma era splendida. E io mi sentivo innamorata, energica e ottimista.
Poi, improvvisamente, arrivava il lunedì mattina, il sogno finiva e l'ottimismo e l'energia diventavano un vago e improbabile ricordo.

lunedì 16 novembre 2009

17. Un abbaino come tana

Era un vecchio palazzo di tre piani in via di Monte del Gallo, nel pieno centro di Roma. Io stavo al quarto piano di quel palazzo, sulla terrazza, in un piccolo abbaino abusivo.
Vorrei poter dire che si trattava di un attico, ma proprio non posso.
Era un fottuto abbaino di 15 mq.
In 15 mq c'era tutto: il bagno, il cucinino, il tavolino, il divano letto matrimoniale.
Continuavo a dormire su un divano letto, certo, però avevo la privacy.
Una privacy pagata profumatamente: dovevo sborsare in nero 800 euro al mese. L'abbaino era di una vecchia signora sarda alta un metro e venti che chiamavo "la maitresse" per ovvi motivi.
La maitresse aveva almeno quattro piccoli alloggi da affittare nel centro di Roma. In alta stagione li dava ai turisti per 1000 euro a settimana. Era organizzatissima: si era fatta fare un piccolo sito internet per condurre comodamente e senza intralcio i suoi traffici.
Sul sito pubblicizzava i suoi mini appartamenti e poi gestiva le prenotazioni via mail o tramite cellulare.
Invidiavo il suo business. La maitresse si fotteva almeno 5000 euro al mese senza alzare un dito e senza pagare tasse.
Io sgobbavo 9 ore al giorno dietro un computer per 1000 euro.
Avevo trovato l'abbaino della maitresse proprio grazie alla pubblicità sul suo sito internet. Era annunciato come "il nido perfetto per una giovane coppia che vuole scoprire Roma".
Ancora non sapevo che si trattava di un abbaino. Sul sito si parlava di un monolocale.
Calcolai che stava a mezz'ora di cammino dall'ufficio e presi un appuntamento per visitarlo all'uscita dal lavoro.
Doveva essere un palazzo della piccola borghesia, costruito nei primi anni del '900. L'intonaco della facciata era tutto scrostato e cadente. Si entrava da un portoncino minuscolo e gli scalini erano ripidissimi e stretti.
"Le piacerà, signorina!" mi diceva la maitresse mentre mi faceva strada, "Si tratta di una dolcissima mansardina. Io in genere l'affitto ai turisti, di settimana in settimana, ma adesso siamo in bassa stagione e posso affittarla a lei ad un prezzo praticamente regalato."
La dolcissima mansardina era solo un abbaino trasformato alla bell'e meglio in un posto abitabile.
800 euro per quel buco umido e arrangiato erano un furto, un ladrocinio, una truffa!
Però c'erano dei vantaggi. La maitresse non mi chiedeva nessun contratto e nessuna caparra. Voleva solo 800 euro in contanti per il mese di Febbraio. E poi altre 800 euro per il mese di Marzo.
Non sapevo di preciso quanto sarebbe durata la trasferta a Roma e non potevo impegnarmi in un contratto annuale.
L'abbaino era vicino all'ufficio e nel centro di Roma.
Dopotutto, era una buona sistemazione temporanea.

16. C'è bisogno di privacy

Ricapitolando: il lavoro era una merda, la convivenza con le coinquiline era una merda, il cibo era una merda, la mia vita sessuale era una merda.
Vita sessuale, poi ...
Come fai ad avere una vita sessuale se dormi nel soggiorno di un bilocale che ospita tre persone?
Nel soggiorno si cenava, si navigava su internet, si ricevevano i colleghi.
Spesso, nel cuore della notte, Giusy si alzava e veniva a passeggiare nel soggiorno:
"Scusa", mi diceva,"Non riesco a dormire: ho mal di pancia."
Giusy si sentiva male praticamente a notti alterne e per non disturbare Rossella veniva nel soggiorno, convinta che IO alle TRE DI NOTTE potessi essere sveglia.
"Ah, mi dispiace che hai mal di pancia. Per favore, puoi chiudere la luce che stavo dormendo?"
Dopo un paio di minuti Giusy tornava quatta quatta nel suo letto.
Non poteva continuare così.
Il periodo di trasferta sarebbe durato almeno tre mesi.
Almeno tre mesi, diceva Licia Rossini delle risorse umane.
In realtà i tre mesi erano una previsione iperottimistica.
TalenTeam non aveva ancora disposto una nostra sede a Cosenza.
Esisteva soltanto una piccola sede simbolica, vicino all'Università della Calabria, ma quella era già affollata oltre misura.
Si vociferava di una nuova sede, ma per ora erano solo chiacchiere.
E poi, eravamo tutti dei novellini che dovevano essere controllati.
Avevamo bisogno delle ronde del tutor Enzo Vanni, della supervisione del project manager Mori, dei feedback del gruppo di test.
Insomma, i mesi da passare nel bilocale sarebbero stati almeno sei.
Sei mesi senza privacy. Giammai.
Avevo i soldi della diaria, con quelli potevo pagarmi un alloggio.
Ne parlai col mio compagno di banco Luca. Anche lui dormiva sul divano letto.
“Ma come fai a stare tre mesi senza privacy?”
“Posso farne a meno.”
“Davvero? Scusa se mi permetto, ma puoi stare tre mesi senza masturbarti?”
Silenzio.
"Allora?!? Rispondimi. Puoi stare tre mesi senza masturbarti?"
Luca ci pensò sù ancora un pò, poi disse:
"Pensa che hai un letto gratis. Tutti i soldi che prendi te li metti da parte. E' un piccolo ma utilissimo sacrificio."
"Preferisco spendere i soldi che prendo per vivere bene."
Lui era saggio. Io probabilmente no.

PM venne a trovarmi durante un weekend. Per avere un pò di privacy andammo in albergo.
In quei due giorni di relax capii che dovevo smetterla di affogare nella merda.
Dovevo cercare un alloggio tutto per me. Un monolocale, uno scantinato, una soffitta, una veranda... qualsiasi cosa che mi garantisse un pò di privacy.
Trovai UN ABBAINO.

giovedì 12 novembre 2009

15. Il Tutor riciclato

Il contratto di apprendistato professionalizzante prevedeva la presenza di un TUTOR aziendale come responsabile della formazione.
Il tutor doveva essere il maestro, il consigliere, la guida per lo sviluppo delle competenze dell'apprendista.
Il mio tutor era una specie di aguzzino a cui era stato detto: "Vedi di farli lavorare, altrimenti ti buttiamo fuori dall'azienda."
Lo incontrai durante la terza settimana di lavoro quando, finito il corso di introduzione al software TeTi, io e i colleghi cosentini eravamo considerati pronti per entrare nel vivo dell'attività.
Si chiamava Enzo Vanni e veniva da Pisa. Aveva lavorato una decina d'anni per TalenTeam come consulente su un paio di progetti di telecomunicazioni. Durante l'ultimo semestre, a causa della crisi, era stato licenziato. In occasione dell'acquisizione dei fondi dell'Unione Europea, era stato reintegrato col ruolo di tutor aziendale. Aveva solo un contratto a progetto e di fatto era un precario.
Un precario con due bambine piccole e una bella moglie precaria.
Si trovava in una situazione difficile: il
suo culo sulla sedia sarebbe durato finché fosse riuscito a costringere il mio culo (e quello degli altri apprendisti) ben saldo sulla sedia.
Ecco perché faceva l'aguzzino. E, in coscienza, non potevo nemmeno dargli torto.
In genere l'aguzzino arrivava ogni lunedì mattina con il treno da Pisa. Restava a Roma fino a venerdì e alle 14:00 prendeva un taxi per arrivare alla stazione e prendere il treno di ritorno. Alcune volte si tratteneva anche il sabato per controllare che portassimo a termine le ore di straordinario.
Il nostro lavoro consisteva nel correggere i bachi del software TeTi.
In inglese si dice BUG FIXING, e sembra una parola fighissima.
In realtà il bug fixing è la Siberia dell'Informatica.
Il gruppo di test di Mechanix provava giornalmente il software: quando qualcosa non funzionava o non rispettava i requisiti, stilava una descrizione del problema nota come Software Problem Description - SPD.
Ogni lunedì mattina il cliente Mechanix inviava per email un lunghissimo elenco di SPD da risolvere.
Gli SPD non erano scritti in italiano. E nemmeno in inglese.
Erano scritti in una lingua simile al dialetto ostrogoto, e senza punteggiatura.

Decifrarli era una vera sfida. Quando ci riuscivi potevi riprodurre il baco localmente, sul tuo pc e, successivamente, potevi provare ad analizzare il codice C++ e capire cosa modificare.
Ogni lunedì mattina il nostro project manager si sedeva accanto al tutor per decidere a chi assegnare gli SDP.
Io restavo in trepidazione.
Qualche volta gli SPD erano semplici da risolvere, altre volte erano così intricati che portavano via giorni interi. Non lo si poteva mai sapere a priori. Era solo questione di culo. E in genere io ero sfigata.
Subito dopo le assegnazioni bisognava partire a razzo!
TalenTeam si era impegnata a correggere 100 bachi a settimana e non poteva sgarrare. Il gruppo aveva complessivamente 20 programmatori, quindi ci toccavano 5 SPD a testa.
Dopo l'assegnazione, Enzo Vanni iniziava la sua ronda: passava ad intervalli regolari in ciascuna postazione e si informava sulla percentuale di lavoro svolto.
Ogni sera, all'ora di chiusura, pretendeva che gli si spedisse una mail per indicare il lavoro svolto durante la giornata e le previsioni per i giorni successivi.
Il lunedì era più o meno sereno. Faceva la ronda col sorriso sulle labbra.
Il martedì cominciava a sudare.
Il mercoledì sudava copiosamente e cominciava ad alzare la voce: "Non appassite davanti a quel computer, forza!"
Il giovedì, quando si accorgeva che il traguardo dei 100 SPD era lontano anni luce, si abbandonava alla disperazione e alle urla.
Una volta si mise quasi in ginocchio di fronte la mia postazione:
"Ti prego", mi disse, "Almeno tu, dammi buone notizie! Quanti SPD riesci a finire per venerdì?"
"Sto cercando di dare il massimo. L'hai visto tu stesso: oggi ho saltato perfino la pausa pranzo... e mi tratterrò in ufficio almeno un'ora in più. Nonostante tutto, credo che arriverò a 3 su 5."
"3 su 5?!? Ma non lo capisci che mi sto giocando il culo per voi?!?! Ti prego!!!".
Era proprio un uomo disperato.

martedì 10 novembre 2009

14. Un amico nel deserto

Il corso introduttivo al software TeTi si dimostrò più noioso di un callo.
E il soggetto che fungeva da docente sembrava un tipo davvero strano.
Il project manager Mori ce l'aveva pubblicizzato come un pezzo grosso dell'informatica. Uno che aveva scritto persino un libro di programmazione C++.
"Siete dei ragazzi fortunati. Il corso ve lo fa uno TOSTO."
In realtà quello sembrava tutto fuorché un tipo tosto. E soprattutto non sembrava un guru dell'informatica.
Ne ho conosciuti di informatici maschi... In genere puzzano e sono imbozzati.
Sono arguti, hanno una grande passione per il cibo e amano il buon vino.
Questo soggetto era magrissimo e così diafano che sembrava appena uscito dall'ospedale.
A pranzo mangiava sempre una banana e un'arancia.
Non beveva caffè, nè usciva durante le pause.
La mattina andava al distributore automatico, si prendeva 4 bottigliette d'acqua e se le beveva durante la giornata.
Forse stava seguendo una terapia, forse era semplicemente asettico.
Ma la cosa che mi colpiva di più era la sua voce dannatamente stridula. Passavo 8 ore al giorno a sentire quella voce spiegare come lavorava il software TeTi.
Sbadigliavo in continuazione.
Con le coinquiline non avevo nessun tipo di dialogo.
Per evitare di sprofondare completamente nel torpore e nel NULLA, decisi di esplorare la parte maschile del gruppo.
Scoprii che c'erano sei ragazzi timorati di Dio e dell'Azienda ma c'erano anche tre ragazzi vivi.
Alessio, Luca e Giovanni erano vivi e divertenti. Avevano degli interessi che andavano oltre le genoflessioni quotidiane ai padri protettori (Dio e l'Azienda).
Ben presto Luca divenne il mio compagno di banco.
Era una specie di orso intelligente e gentile.
Era più acuto degli altri ed era anche un pò nerd, quindi sapeva dispensare consigli e soluzioni se c'erano problemi coi computer.
E quando mi vedeva annoiata sapeva farmi ridere.
In genere faceva l'imitazione del romano burino: si prendeva una chewingum, cominciava a masticare rumorosamente e mi redarguiva con un: "Aho! Che fai? Staj svojata?!? No'o sai che devi PRODURE?"
 
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