domenica 27 dicembre 2009

26. La consulenza può creare un mostro.

In quel periodo feci amicizia con due consulenti che lavoravano per due diverse aziende di livello nazionale (non multinazionale, eh!).
Si chiamavano Pippo e Marco.
Pippo aveva circa quarant'anni, due figli piccoli e un posto di lavoro in bilico. La sua azienda era sull’orlo del fallimento: alcuni mesi lo pagava, altri no. Non era riuscito a trovare un altro impiego e restava sotto scacco.
Non c’era da stupirsi che fosse sempre scoglionato, che arrivasse in ufficio sempre per ultimo e se ne andasse sempre per primo.
Era lento e all'apparenza tranquillo, e qualcuno diceva che portasse delle lenti a contatto a forma di occhi aperti.
Marco invece aveva 27 anni, una laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni (come me) e un anno di carriera come consultant junior. Il suo lavoro in Mechanix era tutto basato su Internet e consisteva nel cercarsi un altro lavoro e seguire le news dell'Inter.
Dopo qualche mese, quelli di Mechanix gli annullarono la commessa e lo rispedirono alla sua azienda.
Io ci restai davvero male perché avevamo molti punti di vista in comune. Anche lui era del tutto scontento del suo ruolo di operaio programmatore: “Te sei un pischello che studia e s’ammazza pe’cinque anni - minimo - e poi se aritrova a fa’ er lavoro de uno che è appena uscito dar tecnico industriale.”
Aveva cercato in lungo in largo un posto che avesse a che fare con le telecomunicazioni, non l’aveva ancora trovato e continuava a cercare.
Andava avanti con questa filosofia: “Io c’ho provato a seguì er core. Adesso seguo i sordi. Sto lavoro non me piace ma è mejo de’n carcio a li cojoni.”
Marco sapeva un sacco di cose utili.
Mi disse che, nonostante l’utilizzo obbligatorio del badge, i nostri orari non erano controllati come quelli degli interni.
Noi potevamo entrare e uscire a piacimento. Ovviamente con discrezione.
Quando mi vide interessata alla possibilità di lavorare nell'Azienda Parastatale come interna e non più come consulente, mi chiese se avevo dei SANTI.
Gli chiesi che intendeva per "SANTI".
Lui si mise a ridere.
Mi disse che ormai le assunzioni coinvolgevano solo due tipi di candidati: i consulenti che avevano lavorato per almeno dieci anni in un progetto e che ormai erano diventati insostituibili e quelli che avevano I SANTI.
Il SANTO poteva essere un senatore, un politico, un generale, un nobile facoltoso. Insomma qualcuno particolarmente influente.
No, gli dissi, non conoscevo nessun SANTO.
E tornai assai delusa alla mia odiosa attività di bug fixing.
Arnaldo si scaccolava e imparava a fare il coordinatore delle attività del progetto. Si dimostrò subito molto skillato in questo settore.

Sapeva il fatto suo.
Stabilì che io e il pisano (che restava ANCORA - dopo due mesi - in attesa del nuovo portatile), avremmo fatto bug fixing, mentre lui si sarebbe sobbarcato una gravosa responsabilità: sarebbe stato il nostro supervisore.
Arnaldo era il classico supervisore italiano: quello che non supervisiona assolutamente nulla e lascia fare agli altri.
Potevo fare cazzate astronomiche. Lui se ne sarebbe fottuto altamente.
E comunque non aveva gli strumenti per capire se facevo cazzate.
Questa cosa un pò mi divertiva e un pò mi turbava.
Potevo creare un mostro senza che nessuno se ne accorgesse.

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